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NOVENA in ATTESA del SANTO NATALE • 2° Giorno


DALL’EVANGELO COME MI È STATO RIVELATO – VOLUME I
Della mistica Maria Valtorta
2° GIORNO – Fede, carità e umiltà per ricevere Dio.
31 maggio 1944.1
Dice Maria:  
«Nessuno interpreti in modo errato il mio pallore. Non era dato da paura umana. Umanamente mi sarei dovuta attende­re la lapidazione. Ma non temevo per questo. Soffrivo per il dolore di Giuseppe. Anche il pensiero che egli mi accusasse, non mi turbava per me stessa. Soltanto mi spiaceva che egli potesse, insistendo nell’accusa, mancare alla carità. Quando lo vidi, il sangue mi andò tutto al cuore per questo. Era il mo­mento in cui un giusto avrebbe potuto offendere la Giustizia , offendendo la Carità. E che un giusto mancasse, egli che non mancava mai, mi avrebbe dato dolore sommo.
Se io non fossi stata umile sino al limite estremo, come ho detto a Giuseppe, non avrei meritato di portare in me Co­lui che, per cancellare la superbia nella razza, annichiliva Sé, Dio, all’umiliazione d'esser uomo.
Ti ho mostrato questa scena, che nessun vangelo riporta, perché voglio richiamare l’attenzione troppo sviata degli uo­mini sulle condizioni essenziali per piacere a Dio e ricevere la sua continua venuta in cuore.
Fede. Giuseppe ha creduto ciecamente alle parole del mes­so celeste. Non chiedeva che di credere, perché era in lui con­vinzione sincera che Dio è buono e che a lui, che aveva spera­to nel Signore, il Signore non avrebbe serbato il dolore d’es­ser un tradito, un deluso, uno schernito dal suo prossimo. Non chiedeva che di credere in me perché, onesto come era, non poteva pensare che con dolore che altri non lo fosse. Egli viveva la Legge , e la Legge dice: ‘Ama il tuo prossimo come te stesso’. Noi ci amiamo tanto che ci crediamo perfetti anche quando non lo siamo. Perché allora disamare il prossimo pen­sandolo imperfetto?
Carità assoluta. Carità che sa perdonare, che vuole perdo­nare. Perdonare in anticipo, scusando in cuor proprio le man­chevolezze del prossimo. Perdonare al momento, concedendo tutte le attenuanti al colpevole.
Umiltà assoluta come la carità. Sapere riconoscere che si è mancato anche col semplice pensiero, e non avere l’orgoglio, più nocivo ancora della colpa antecedente, di non voler dire: “Ho errato”. Meno Dio, tutti errano. Chi è colui che può di­re: “Io non sbaglio mai”? E l’ancor più difficile umiltà: quel­la che sa tacere le meraviglie di Dio in noi, quando non è necessario proclamarle per dargliene lode, per non avvilire il pros­simo che non ha tali doni speciali da Dio. Se vuole, oh! se vuo­le, Dio disvela Se stesso nel suo servo! Elisabetta mi “vide” quale ero, lo sposo mio mi conobbe per quel che ero quando fu l’ora di conoscerlo per lui.
Lasciate al Signore la cura di proclamarvi suoi servi. Egli ne ha un’amorosa fretta, perché ogni creatura che assurga a particolare missione è una nuova gloria aggiunta all’infinita sua, perché è testimonianza di quanto è l’uomo così come Dio lo voleva: una minore perfezione che rispecchia il suo Autore. Rimanete nell’ombra e nel silenzio, o prediletti dalla Grazia, per poter udire le uniche parole che sono di “vita”, per poter meritare di avere su voi e in voi il Sole che eterno splende. Oh! Luce beatissima che sei Dio, che sei la gioia dei tuoi servi, splendi su questi servi tuoi e ne esultino nella loro umil­tà, lodando Te, Te solo, che sperdi i superbi ma elevi gli umili, che ti amano, agli splendori del tuo Regno».

1 Cfr. Maria Valtorta - L’Evangelo come mi è stato rivelato, 26, ed. CEV.


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